Il sito archeologico

Progetto scavo archeologico località “Le Grotte”– Castellaneta

La conformazione geologica e topografica  di una parte del territorio sud occidentale della cittadina di Castellaneta, sono stati alcuni degli elementi naturali che hanno permesso l’utilizzo di questa porzione di terreno per la realizzazione di un insediamento occupato con continuità di vita a partire dall’età protostorica sino all’età tardo imperiale: i primi fruitori appartenevano alla Cultura Appenninica, una comunità basata su un’economia pastorale di  tipo nomade legata alla transumanza delle greggi. In contrada Pagliarone, zona di confine a sud di località “Le Grotte” nota anche come Masseria del Vicio o Vico (sull’IGM non è riportata ma è collocata esattamente accanto a Masseria Varola), in occasione della realizzazione del nuovo impianto del metanodotto Massafra-Biccari sono stati rinvenuti i fori di palificazione di una capanna del II millennio a.C. e numerosi frammenti di vasellame ad impasto nero, grossolano, cosiddetto “buccheroide” decorato con disegni geometrici eseguiti con incisioni a crudo, a cotto, ad intaglio. La tecnica decorativa dell’intaglio è una caratteristica peculiare del vasellame della Civiltà Appenninica”. Trattasi di un unicum nel territorio tarantino il cui più vicino confronto è offerto dalla capanna ritrovata  a Trasanello, in territorio materano.

Come ci confermano le testimonianze archeologiche , il nostro territorio era densamente occupato dagli indigeni Japigi, con i quali, i coloni Spartani alla fine dell’VIII sec. a.C. giunsero a scontrarsi. La chora, - il territorio circostante la polis tarantina - fu occupata stabilmente dai coloni greci nel corso del IV sec. a.C. come diretta conseguenza di un notevole sviluppo agricolo, legato all’introduzione di nuove tecniche e alla produzione di colture specializzate, quali la vite e l’ulivo.

Tale fenomeno si ritiene imputabile anche a fattori di ordine politico, legati alla presenza a Taranto di Archita, il quale avrebbe segnato un momento fondamentale nello sviluppo di Taranto, facendo di essa la città più fiorente e vitale fra le colonie della Magna Grecia. La mirata politica agraria di Archita si ricollegherebbe a quanto la, purtroppo, limitata indagine archeologica e soprattutto le ricognizioni topografiche avrebbero restituito sul terreno: l’improvviso sorgere, cioè, di strutture insediative in diversi punti della chora come diretta testimonianza di una occupazione stabile dei coloni, insieme all’attuazione di un nuovo piano di sfruttamento agricolo.

In località “Le Grotte”, proprietà Rochira, infatti, la seppur limitata indagine svolta lungo il tracciato del suddetto metanodotto ha restituito resti di abitazioni arcaiche con fondazioni in pietrame irregolare - i cui alzati erano solitamente in mattoni crudi e tetto in embrici – coperti stratigraficamente da resti riferibili ad un edificio di grandi dimensioni di cui è perfettamente conservato un vano quadrangolare, e parte di un impianto produttivo, connesso probabilmente alla produzione del vino.

Le ricerche condotte negli ultimi decenni nella chora della colonia greca di Taranto – Masseria Rapillo, Torre Montello, Taranto via Campania-   hanno consentito di documentare tracce di coltivazione della vite, inquadrabili tra età classica ed ellenistica, che troverebbero puntuali conferme e confronti in località “Le Grotte” con il rinvenimento di numerosissime canalette rettangolari, parzialmente intersecate da solchi regolari continui praticati nel terreno limo-argilloso e nel banco calcarenitico, funzionali ad impianti di vigneti.

Questa fitta sequenza di fosse rettangolari è probabilmente indicativa anche di risistemazioni  dell’impostazione dei filari.

E’ opportuno sottolineare che le  tracce agricole riferibili all’impianto della vigna sono stati riscontrate anche in altri punti di località “Le Grotte” in quanto l’area è stata anche oggetto della realizzazione di alcune buche per il rimpianto degli ulivi secolari ricadenti lungo il tracciato del metanodotto. All’interno di un buca è stato altresì rinvenuto il crollo di un muro di una presunta abitazione: a seguito dello scavo di questo piccolo saggio fuori pista è stato portato alla luce un tesoretto costituito da diciannove monete d’argento di età cesariana, di nuovo conio, occultato all’interno del crollo del materiale lapideo.

Storicamente, durante la seconda metà del IV secolo a.C. sembra che le fattorie raggiungano la loro massima estensione. Ed è proprio in questa fase, infatti, che gli edifici presentano piante più articolate, con ambienti adibiti ad abitazione, al ricovero del bestiame e allo svolgimento di attività agricole ed artigianali, in genere disposti attorno ad un cortile centrale. Intorno alla metà del IV secolo a.C. gli insediamenti, come confermerebbero i dati archeologici emergenti in località “Le Grotte”, si sarebbero spostati nell’entroterra e sugli altipiani a causa dell’innalzamento in pianura della falda freatica. Ed è proprio in questo arco di tempo che si assiste ad una uniformità insediativa, in diretta connessione con gli assi di ripartizione territoriale e lontana da zone con basse quote di livello.

In realtà, la seppur limitata indagine lungo il tracciato del metanodotto ha permesso di capire quanto articolata sia la storia e l’estensione geografica di questo insediamento, definito dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto dall’alto potenziale archeologico.

I primi ritrovamenti, infatti, risalgono agli anni ’40 del secolo scorso: presso il Museo Archeologico di Taranto è conservato un corredo databile al VI-V  sec. a.C. proveniente da Contrada Le Grotte, proprietà Patarino - confinante con la proprietà Rochira – costituito da una lekythos e uno skyphos a vernice nera, una kylix attica e una terracotta rappresentante un bambino su delfino. Entrambe le due proprietà sono disseminate di rocchi di colonne, alcuni resti di trabeazione e capitelli dorici.

Nell’anno 2009 la Soprintendenza Archeologica di Taranto effettuò un piccolo saggio nella zona antistante la Masseria di località “Le Grotte” portando alla luce resti di un’abitazione  e frammenti di ceramica ad impasto grigio e vernice nera  di età ellenistica.

Un ulteriore conferma della grandezza ed importanza del sito deriva anche dalla limitata indagine condotta nella’area corrispondente  al settore sud-occidentale dell’oliveto in Località Le Grotte, in corrispondenza dei picchetti 62-63 e ubicata ad ovest della pista del metanodotto. In questa zona sono state effettuate buche destinate al reimpianto degli alberi d’olivo secolari che erano originariamente localizzati lungo il tracciato della Trincea. Sono state così individuate tombe e strutture murarie, facenti evidentemente parte di un settore più ampio dell’abitato antico, che la Soprintendenza Archeologica ha deciso di esplorare in maniera più estensiva tramite l’unificazione in un solo settore, di metri 18x77 dei vari Saggi di scavo precedentemente effettuati (a loro volta originati dall’ampliamento delle buche di reimpianto degli olivi).

Nell’avanzato corso del IV secolo a.C. si constata che l’innalzamento del tenore di vita comporti una più accorta organizzazione degli spazi, la ricerca di una serie di comodità a livello planimetrico e strutturale e un aumento numerico di abitazioni di media estensione. Edifici di notevole rilievo e di grande estensione sono attestati in questo periodo in numerosi centri con un’organizzazione di tipo “urbano”, dotati di mura di fortificazione, con la definizione di strade, di insulae abitative.

Un esempio potrebbe essere quello individuato parzialmente nel Settore 3. Si tratta di una serie di strutture a pianta rettangolare disposte generalmente attorno ad un cortile attraversato da canalette. La cisterna, scavata nel banco limo-sabbioso, riceveva l’acqua da una falda, come si è potuto constatare durante le fasi di scavo, e da una lunga canaletta orientata Nord/Sud con diramazioni a pettine in essa confluenti.

Un aspetto della religiosità è la presenza costante, soprattutto nel mondo apulo, di sepolture di neonato o bambino esclusivamente nell’ambiente del focolare oppure nei vani ad esso adiacenti. All’interno delle sepolture infantili rinvenute nel Settore 3 sono stati messi in luce ricchi corredi che accompagnavano il piccolo inumato  tra cui una maschera in argilla che copriva un vasetto- lekythos e un ovetto fossile simbolo della femminilità.

Le aree destinate a necropoli generalmente si trovano all’esterno della cinta muraria, ma è molto frequente rinvenire sepolture anche all’interno, secondo il costume funerario indigeno. Ogni nucleo  ha una sua funzionalità: cucina, deposito, presunta stanza dei telai. Le costruzioni si conservano solo a livello delle fondazioni realizzate in pietra, mentre l’elevato presumibilmente era in mattoni crudi (IV-III sec. a.C.).

Al centro dell’area scoperta vi è un piccolo oikos, l’unico dotato di tetto in tegole, destinato probabilmente a deposito delle derrate alimentari del nucleo familiare (seconda metà IV inizi III sec. a.C. ).

Per quanto riguarda la destinazione degli ambienti, si osserva come in questo periodo sia marcata la destinazione di funzione tra parte abitativa ad attività di tipo utilitario.

Nell’aera del Settore 3, inoltre,  sono state rinvenute tre sepolture riferibili probabilmente ad un nucleo familiare, vista la loro disposizione, appartenenti due ad  individui adulti, l’uno maschile- come proverebbe il pugnale di corredo-, l’altra femminile – come testimonierebbe la fibula in ferro ed il taglio sul letto del sarcofago litico , forse per un feto; la terza è quella di un bambino.

Altre sepolture di individui adulti sono state portate alla luce lungo il tracciato del metanodotto, ricche di vasellame inquadrabile tra il IV-III sec. a.C.  ed oggetti ornamentali, tra cui un cinturone in bronzo ed un anello in argento.

Lo scavo archeologico che ha interessato il tracciato del metanodotto e una porzione di terreno in contrada Le Grotte ha pertanto permesso di avere una certezza fondata, sulla base dei dati archeologici rinvenuti, solo in piccola parte, dell’esistenza in questo sito di un insediamento utilizzato nel corso dei secoli, dall’età protostorica sino all’età tardo imperiale, da un gruppo gentilizio alto locato; inoltre, il ritrovamento dell’impianto  della vigna e la lavorazione del prodotto in loco, potrebbe far pensare che il vino fosse destinato alle mense locali ma anche esportato per ragioni commerciali, come proverebbe il ritrovamento, sempre lungo il tracciato del nuovo metanodotto, di un tratto dell’antica Via Appia in Contrada Minerva, anch’essa geograficamente vicina al suddetto sito. La Regio Secunda Apulia et Calabria fu interessata dal passaggio della regina viarium – così la chiamavano gli antichi romani - ossia la Via Appia che realizzata dal censore Appio Claudio Cieco nel 312 a.C.   metteva in comunicazione l’antica Roma con le città portuali di Taranto e Brindisi per i commerci con l’oriente Per cui questo importante centro, solo in parte esplorato, si troverebbe in un punto strategico anche per il commercio del prodotto vinario locale.

Pertanto dare continuità a tale attività di scavo significherebbe arricchire la ricerca e giungere anche a considerazioni puntuali circa la colonizzazione greca nel versante occidentale della chora tarantina, per la prima volta indagata in maniera sistematica e con scavi archeologici di tipo estensivo.

In tale progettualità lavorativa è prevista in fase preliminare attività di indagine geofisica, non invasiva, e volta alla conoscenza del sottosuolo, in particolare all’individuazione di strutture sepolte di cui si intuisce l’esistenza, restituendo una mappatura precisa di tutta l’area interessata (circa 5000 mq ad ovest del Settore di scavo). Tali indagini permetterebbero agli archeologi di effettuare con assoluta certezza attività di scavo stratigrafico.